La gestione del conflitto nel nostro tempo: una sfida che non possiamo più rinviare.

Se il conflitto è inevitabile non lo è la sua degenerazione

two people holding each other by head

Affrontare oggi la questione della gestione del conflitto significa, innanzitutto, prendere consapevolezza del fatto che essa riguarda tutti ed investe ogni ambito dell’esperienza umana.

La gestione del conflitto, dunque, apre un tema di discussione che ha le caratteristiche della centralità, urgenza ed indifferibilita’.

Il conflitto attraversa in modo trasversale la vita privata e quella pubblica, le relazioni personali, la coppia, la famiglia, la scuola, le amicizie, i contesti lavorativi, i team, la società, lo Stato ed i rapporti tra gli Stati.

Esso è insito nella convivenza umana e può manifestarsi anche tra persone unite da legami affettivi profondi .

Tutti ne abbiamo avuto esperienza !

Ed è altrettanto noto a tutti che una gestione inefficace del conflitto possa degenerare in irrigidimento delle posizioni, aggressività, in rottura dei legami, e, nei casi più estremi, , come purtroppo oggi si assiste, persino in comportamenti distruttivi.

Eppure, proprio qui si apre uno spazio decisivo di scelta.

Possiamo continuare a vivere il conflitto come un muro da abbattere oppure iniziare a concepirlo come una porta da aprire.

Possiamo lasciare che esso diventi una battaglia per avere ragione, oppure decidere di trasformarlo in confronto, cioè in uno spazio in cui provare a capirsi, a prendere consapevolezza delle proprie emozioni e dare riconoscimento ai bisogni reciproci.

In questa prospettiva, il conflitto può diventare un’opportunità di crescita, individuale e relazionale.

Nella gestione del conflitto assume allora un ruolo centrale l’intelligenza emotiva, unitamente al potenziamento e all’allenamento delle competenze emotive e delle soft skills.

white and blue butterflies illustration on the wall

Tra i nuclei fondamentali dell’IE vi è , anzitutto, l’autoconsapevolezza, che Goleman definisce come la chiave di volta dell’intelligenza emotiva, poiché solo se contattiamo e riconosciamo le nostre emozioni possiamo affrontarle senza farci travolgere.

Accanto ad essa vi è la gestione del sé, ossia, in sintesi, la capacità di fare in modo che le emozioni, pur riconosciute e accolte, non si traducano in comportamenti distruttivi e siano incanalate verso esiti costruttivi.

Ulteriori dimensioni essenziali sono :

l’empatia, definita da Carl Rogers come la capacità di entrare nel mondo percettivo dell’altro come se fosse il proprio, senza mai dimenticare il “come se” cioè la capacità di stare vicini senza essere travolti, di capire senza fondersi, di accompagnare senza dirigere.

la motivazione, ovvero la capacità di guidare e sostenere sé stessi verso i propri obiettivi con impegno e costanza, nonostante le difficoltà;

le abilità sociali, vale a dire la capacità di comunicare in modo efficace, cooperare con gli altri, gestire i conflitti e mettere in atto comportamenti adeguati che consentano di entrare in relazione in modo più costruttivo ed efficiente.

Ed è importante precisare che l’intelligenza emotiva non costituisce un insieme di capacità immutabili e fisse. Al contrario, essa può essere allenata, sviluppata, potenziata e migliorata nel tempo.

Illustration of people interacting with symbols of life skills including critical thinking, problem solving, communication, resilience, emotional intelligence, adaptability, financial literacy, leadership, and teamwork.

Per life skills, invece, si intendono — secondo la definizione elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel documento Life Skills Education in Schools (Ginevra, 1993), le abilità psicosociali di natura personale, sociale, interpersonale, cognitiva ed emotiva che consentono a ogni individuo di affrontare con efficacia le richieste, le pressioni e le sfide della vita quotidiana, rapportandosi con fiducia a se stesso, agli altri e alla comunità di appartenenza.


Non si tratta di conoscenze teoriche, ma di competenze agite: le life skills rendono la persona capace di trasformare le conoscenze, gli atteggiamenti e i valori in reali capacità — sapere cosa fare e come farlo. La loro assenza, in particolare nelle fasi evolutive, può causare l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta allo stress. Il loro sviluppo, al contrario, costituisce un fattore protettivo per il benessere psicosociale della persona e per la qualità delle sue relazioni. Per questo l’OMS ne raccomanda la promozione attiva fin dall’età scolastica, attraverso percorsi strutturati di apprendimento e allenamento.

Molte di queste abilità corrispondono ad altrettante capacità proprie dell’intelligenza emotiva: autoconsapevolezza, gestione del sé, empatia, comunicazione efficace e relazioni efficaci. Anche per questo è ragionevole ritenere che lo sviluppo dell’intelligenza emotiva costituisca, a tutti gli effetti, un lavoro di sviluppo delle life skills.

Le neuroscienze, del resto, confermano che qualunque attività cognitiva è influenzata dal nostro stato emotivo.

E questo rafforza ulteriormente l’idea che imparare a riconoscere, comprendere e orientare il proprio mondo emotivo non sia un aspetto secondario della formazione umana, ma una condizione essenziale per vivere meglio le relazioni e affrontare in modo più costruttivo anche il conflitto.

Se, da un lato, la centralità dell’IE appare oggi sempre più evidente, dall’altro sarà agevole comprendere come l’allenamento ed il potenziamento delle competenze emotive meriterebbero una disciplina normativa stabile ed uniforme .

Quale e’ , allora, lo stato attuale della disciplina legislativa italiana in materia ?

Sotto questo profilo, occorre rilevare che la proposta di legge n. 2782, presentata alla Camera dei deputati il 13 novembre 2020 da iniziativa dell’On. Maria Teresa Bellucci e altri, recante “Disposizioni in materia di insegnamento sperimentale dell’educazione all’intelligenza emotiva nelle scuole di ogni ordine e grado”, è stata assegnata alla VII Commissione Cultura il 18 dicembre 2020 e approvata dalla Camera dei deputati l’11 gennaio 2022, praticamente all’unanimità. Tuttavia, non ha completato l’iter parlamentare al Senato ed è decaduta con il termine della XVIII legislatura, senza essere promulgata come legge.

Ciò non significa, tuttavia, che il tema sia rimasto estraneo all’attenzione del legislatore. L’ordinamento italiano ha progressivamente attribuito rilievo alle competenze trasversali, relazionali e personali: dapprima con la legge 20 agosto 2019, n. 92, che ha introdotto l’insegnamento dell’educazione civica, poi con le nuove Linee guida per tale insegnamento, adottate con D.M. n. 183 del 7 settembre 2024 a decorrere dall’anno scolastico 2024/2025, e soprattutto con la legge 19 febbraio 2025, n. 22, che ha introdotto lo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali nei percorsi scolastici, prevedendo iniziative ministeriali, un piano straordinario di formazione triennale dei docenti e una sperimentazione nazionale.​​​​​​​​​​​​​​​​

Alla luce di tale evoluzione, può dirsi che, allo stato, non esista ancora una disciplina autonoma e generalizzata espressamente dedicata all’educazione all’intelligenza emotiva; esiste, tuttavia, un quadro normativo che si muove in una direzione chiaramente convergente.

Proprio per questo emerge con forza l’utilità di una disciplina puntuale e uniforme, capace di rendere organico, stabile e omogeneo ciò che oggi appare ancora distribuito tra fonti, iniziative e sperimentazioni diverse.

Una disciplina di questo tipo sarebbe particolarmente preziosa in almeno sei aree fondamentali.
perché ?

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Sul piano educativo e formativo, una previsione normativa chiara consentirebbe di riconoscere stabilmente il valore delle competenze emotive e relazionali nel percorso di crescita della persona, sottraendole all’occasionalità. La scuola verrebbe così confermata non solo come luogo di trasmissione di conoscenze, ma come spazio di maturazione della consapevolezza di sé e della relazione con l’altro — in piena coerenza con gli artt. 2 e 3, secondo comma, della Costituzione, che tutelano i diritti inviolabili della persona e impegnano la Repubblica a rimuovere gli ostacoli al suo pieno sviluppo.

Sul piano dell’uniformità territoriale, una regolazione comune supererebbe le attuali disomogeneità tra istituti e territori, garantendo pari opportunità formative a tutti gli studenti, indipendentemente dal contesto geografico o sociale di appartenenza. Il principio di uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3 Cost. esige che l’accesso a strumenti educativi essenziali non sia affidato alla sensibilità del singolo docente o dirigente, ma assicurato in condizioni di effettiva equità.

Sul piano della formazione dei docenti, una cornice legislativa specifica consentirebbe di definire con precisione contenuti, obiettivi e strumenti operativi, colmando il vuoto lasciato dalla legge n. 22 del 2025, che prevede un piano di formazione triennale ma rimane generica nei contenuti e nei metodi. Una tale esigenza non è meramente organizzativa: essa discende direttamente dagli artt. 33 e 34 Cost., che fondano in capo allo Stato la responsabilità di garantire una formazione davvero completa della persona. Se le competenze emotive e relazionali sono — come confermano neuroscienze e OMS — una componente essenziale dello sviluppo umano, preparare adeguatamente i docenti a promuoverle non è una scelta discrezionale, ma un obbligo costituzionale.​​​​​​​​​​​​​​​​

Sul piano preventivo e della tutela del benessere, una disciplina puntuale permetterebbe di intervenire prima che il disagio si traduca in isolamento, aggressività, bullismo o dispersione scolastica. Il legislatore ha già riconosciuto questa necessità rafforzando la normativa su bullismo e cyberbullismo. Un’impostazione coerente con gli artt. 2 e 32 Cost., che impone di intendere la tutela della salute anche nella sua dimensione psichica e relazionale.

Sul piano del monitoraggio e della valutazione dei risultati, una base normativa uniforme renderebbe possibile elaborare criteri condivisi per verificare l’impatto degli interventi sul clima scolastico, sulla qualità delle relazioni e sul benessere degli studenti, orientando le politiche pubbliche secondo criteri di efficacia e trasparenza, in coerenza con l’art. 97 Cost.

Sul piano culturale e istituzionale, una disciplina specifica avrebbe un forte valore simbolico e culturale, perché affermerebbe in modo esplicito che l’educazione emotiva non costituisce un elemento accessorio o secondario, ma una componente essenziale della formazione integrale della persona. La legge, infatti, non svolge soltanto una funzione tecnica o organizzativa: essa esprime anche le priorità che una comunità politica ritiene meritevoli di tutela e promozione. In questo senso, il riconoscimento normativo dell’educazione emotiva si porrebbe in linea con l’impianto complessivo della Costituzione repubblicana, che pone al centro la dignità della persona, la solidarietà, l’uguaglianza e il pieno sviluppo umano come fini dell’ordinamento.

In questa prospettiva, una disciplina puntuale e uniforme sull’educazione all’intelligenza emotiva assumerebbe un significato che va ben oltre il solo ambito scolastico. Essa rappresenterebbe un investimento strutturale sulla qualità delle relazioni umane, sulla prevenzione del conflitto distruttivo e sulla costruzione di contesti sociali, educativi e lavorativi più consapevoli, più cooperativi e più umani.

In definitiva, in un tempo in cui il conflitto attraversa ogni livello dell’esperienza umana, non è più sufficiente limitarsi ad auspicare relazioni migliori: occorre creare le condizioni perché esse diventino realmente possibili.

Se il conflitto è inevitabile, non lo è affatto la sua degenerazione.

È proprio in questo spazio che si misura il valore dell’intelligenza emotiva, delle soft skills e delle life skills, che non rappresentano un elemento accessorio della formazione, ma una sua componente essenziale. Da qui l’esigenza di un riconoscimento più chiaro anche sul piano normativo, fermo restando che ciò che è essenziale per la persona e per la convivenza deve trovare il suo primo fondamento nella formazione, nella crescita e nella responsabilità di ciascuno di noi.

high angle shot of people holding each other s hands

In questa prospettiva, il counselling può rivelarsi uno strumento particolarmente utile nella gestione del conflitto, perché offre uno spazio sicuro nel quale le emozioni possono essere esplorate senza paura di essere giudicati.

È un luogo in cui i propri bisogni, così come quelli dell’altro, possono emergere, essere visti, nominati e finalmente ascoltati. Ed è proprio nel momento in cui i bisogni ricevono riconoscimento che può iniziare a costruirsi una relazione più sostenibile, più consapevole e più rispettosa per entrambi.

Il counselling, infatti, può favorire la creazione di un clima più sereno e costruttivo, nel quale ascolto e comprensione sostituiscano la chiusura e la contrapposizione, riattivando risorse relazionali che talvolta appaiono lontane o smarrite.

In tal senso, il counselling si offre come un luogo protetto in cui il conflitto può essere trasformato da fattore di rottura in occasione di crescita, chiarificazione e cooperazione.

Perché quando l’ascolto prende il posto del giudizio, anche la comunicazione può tornare ad avvicinare.

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